

GLI ANNI DEL TEATRO
"Dove il racconto, la musica e l’immagine hanno iniziato a incontrarsi"
Il teatro, per me, non è arrivato all’improvviso.
Da bambino ci giocavo già, a modo mio: scrivevo piccole scene, inventavo storie, mettevo in piedi spettacoli immaginari. Era un gioco, ma dentro c’era già qualcosa di serio, anche se allora non lo sapevo.
Nel 1992 accadde qualcosa che cambiò davvero le cose.
Un pomeriggio, tornando dal lavoro, mi fermai davanti al portone del Teatro dell’Oriuolo, a Firenze. Non conoscevo quel luogo, ma lessi i manifesti dei corsi e, quasi senza pensarci troppo, entrai a chiedere informazioni. Era la prima volta che mi avvicinavo al teatro in modo concreto.
Mi iscrissi.
Quei primi mesi furono una scoperta continua: recitazione, dizione, movimento scenico, canto. Non eravamo professionisti: eravamo persone curiose, ognuna con le proprie insicurezze e il proprio desiderio di esprimersi. Il teatro, capii subito, non serviva solo a recitare: serviva a conoscersi.
Proprio in quel periodo conobbi anche Lorenzo Degli Innocenti e Roberto Andrioli. Erano appena diplomati e continuavano a frequentare la scuola di Gino Susini,
con l’entusiasmo di chi sente di aver trovato la propria strada. Ci siamo incrociati in quegli anni e, a distanza di tempo, fa un certo effetto sapere che oggi sono direttori artistici del Teatro Manzoni di Calenzano, il paese in cui vivo: un piccolo segno di quanto il teatro, in modi diversi, continui a intrecciare le vite.
Ricordo ancora la preparazione del saggio, l’emozione del palco, la sensazione di aver superato una paura che mi portavo dietro da anni.
E ricordo anche qualcosa di inatteso: proprio in quel periodo scomparve una dermatite che mi aveva accompagnato a lungo,
come se il corpo avesse finalmente trovato uno sfogo.
Dopo quell’esperienza arrivò il Teatro della Limonaia, a Sesto Fiorentino: un ambiente molto diverso, più sperimentale, più esigente. Lì il lavoro si fece serio: studio, improvvisazioni, stage intensivi, spettacoli veri, pubblico vero.
Con insegnanti come Barbara Nativi, Marcella Ermini, Renata Palminiello, Alessandra Bedino e altri, imparai che il teatro non è solo ispirazione: è disciplina, ascolto,
resistenza. E soprattutto è lavoro di gruppo.
Nel 1994 andò in scena il mio primo spettacolo importante. Interpretavo un personaggio costruito quasi interamente da me, e ricordo ancora la sorpresa del pubblico nel finale. Quella sera capii che raccontare una storia, quando funziona davvero, crea una specie di magia condivisa.
Negli anni successivi arrivarono altre esperienze: spettacoli, letture pubbliche, performance, collaborazioni con compagnie e registi, lavori come fonico,
assistente e creatore di musiche di scena. Partecipai anche a produzioni più sperimentali, dove il confine tra teatro, musica e performance diventava sempre più sottile.
Ricordo con affetto Giancarlo e Fulvio Cauteruccio, con cui ho condiviso un lavoro intenso e fuori dagli schemi.
Col tempo mi resi conto di una cosa importante: mi piaceva stare in scena, ma mi piaceva ancora di più costruire lo spettacolo.
Lavorare sulle luci, sui suoni, sull’atmosfera. Creare ciò che permette alla scena di esistere. In questo senso è stato prezioso anche lavorare con Matteo Belli,
un incontro che mi ha insegnato molto sul mestiere, sui dettagli e sulla precisione.
Forse è proprio lì che è nata, senza che me ne accorgessi, la radice di quello che oggi è ZETRAS: un modo di pensare musica e immagine come parte di un racconto,
non come qualcosa di separato.
Negli anni il teatro è tornato più volte nella mia vita: nuovi spettacoli, tra cui una bellissima esperienza nel teatro diretto da Riccardo Massai; collaborazioni,
lavori come aiuto regista, composizione di colonne sonore e partecipazioni a progetti scenici, anche grazie a realtà e persone generose come Giovanna Acquisti,
che a Firenze ha creato lo spazio C3Lab, un luogo che permette non solo ai ragazzi ma anche agli adulti di avvicinarsi al teatro e fare esperienze che, in fondo,
coincidono spesso con la vita stessa.
Ogni volta è stato come ritrovare un vecchio amico: magari non lo vedi per un po’, ma quando lo incontri sai esattamente dove eravate rimasti.
Il teatro mi ha insegnato molto.
Mi ha insegnato che la scena non è solo quella illuminata dai riflettori: spesso la parte più importante nasce dietro, nel lavoro silenzioso, nei dettagli che nessuno nota ma che fanno funzionare tutto. Ed è una lezione che porto con me ancora oggi.
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Il sipario, in realtà, non si è mai chiuso: ha solo cambiato forma.