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Parallel Lines

LA MUSICA

"Le radici sonore di un percorso che oggi continua in ZETRAS"

La musica è la mia compagna da sempre.
Fin da bambino ascoltavo dischi sul vecchio Phonola e su un mangiadischi rosso, consumando i successi del momento.

Mi piaceva l’odore del vinile, mi affascinavano le copertine e, soprattutto, mi piaceva immaginare.

Molti dei dischi che ascoltavo erano di mio fratello. Nella stanza di mia nonna, sopra una cassapanca, c’era l’impianto hi-fi: per me era quasi un altare.
Lì ho scoperto artisti e gruppi che mi hanno aperto mondi interi.

Con quei vinili fantasticavo. Diventavano la colonna sonora dei miei “film”, che naturalmente inventavo e dirigevo nella mia testa. Disegnavo perfino le locandine, come se quelle storie dovessero davvero uscire al cinema.

Senza saperlo, stavo già raccontando.

Ricordo con precisione un momento: una domenica mattina, era il 1975. La radio accesa in cucina, il caffellatte,

e all’improvviso una canzone che mi entrò dentro come una scossa. Era All by Myself di Eric Carmen, ispirata al Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Rachmaninoff, ma questo allora lo ignoravo.
Fu la prima volta che sentii qualcosa che percepivo davvero come mio.

Poi arrivarono i Bee Gees, Donna Summer — che ascoltavo quasi di nascosto, abbassando il volume per l’imbarazzo

dei suoi sospiri — e tanti altri artisti che ancora oggi fanno parte del mio immaginario musicale.

Registravo tutto su un vecchio registratore Grundig, con cassette BASF che oggi farebbero sorridere per la qualità del suono,

ma per me erano un tesoro.

Il mio primo vinile, comprato con i soldi della paghetta settimanale, fu Let’s All Chant della Michael Zager Band: era il 1977.

Poi arrivarono altri dischi, scelti con cura, desiderati, aspettati. Ogni ascolto era un piccolo viaggio.

Un’esperienza fondamentale arrivò quando, nel 1979, iniziai a frequentare, dopo l’orario scolastico, il negozio di dischi e strumenti musicali Music Rama, a Sesto Fiorentino.
Lì imparai moltissimo: non solo sulla musica, ma anche sulle persone, sull’ascolto, sull’attenzione ai dettagli e

persino sul commercio.

Era un ambiente che sentivo mio. Preparavo le vetrine, aiutavo i clienti, confezionavo pacchetti regalo insieme a Miriam,

e ogni settimana tornavo a casa con un disco da ascoltare.
Quel tragitto serale, con il vinile sotto braccio e la testa piena di suoni, è un ricordo che porto ancora dentro.

La collaborazione durò a lungo e, anni dopo, ebbi anche una piccola soddisfazione: realizzai una vetrina, con foto in bianco

e nero e qualche schizzo di colore alla Andy Warhol, per l’uscita mondiale di Dangerous di Michael Jackson, in occasione

di un concorso indetto dalla casa discografica a livello nazionale.
Arrivammo secondi e il nome di Music Rama comparve sulle pagine della rivista specializzata Musica & Dischi.
Rina e Marcello, i proprietari, erano molto contenti. E lo ero anch’io.

La musica, per molto tempo, è stata il mio rifugio.
Il luogo dove potevo stare senza dover spiegare nulla, senza dover dimostrare niente.

Col tempo ho capito che non può essere solo un nascondiglio. Deve diventare un linguaggio, un modo per comunicare, per raccontare, per restare in contatto con il mondo.

Oggi è ancora con me, in una forma più naturale e consapevole.
È parte di tutto quello che faccio.

Se il teatro mi ha insegnato il racconto, la musica mi ha insegnato l’ascolto.
E ZETRAS nasce proprio da questo incontro.

 

Prima ancora di scriverla, la musica mi stava già scrivendo.

"Firenze, la musica, e un maestro inatteso"

Ci sono luoghi che non sono solo posti.
Sono snodi interiori, crocevia di sogni, passioni, futuri possibili.

Per me, uno di questi luoghi è stato Discomania, in via Cerretani, a Firenze.

Entravo da ragazzo, con l’aria di chi mette piede in un santuario.
Non parlavo molto, ma osservavo ogni vinile con la cura di un restauratore. C’erano dischi di importazione che non si trovavano altrove, e anche solo sfiorarli ti faceva sentire un passo più vicino al mondo vero. Non potevo permettermeli,

ma li conoscevo a memoria.

A gestire quel tempio c’era lui:
DJ Vincent, all’anagrafe Vincenzo Pota.

Diplomato al Conservatorio “Boccherini” di Lucca, con studi di contrabbasso e pianoforte al “Cherubini” di Firenze,

era già un nome conosciuto nella Firenze di fine anni Settanta. Lavorava in radio, appariva in televisione, intervistava artisti, raccontava la musica con passione e competenza. Era uno che la musica la respirava davvero.

All’inizio ci si incrociava soltanto: io, cliente silenzioso; lui, dietro al banco, impegnato tra dischi e battute.

Era risaputo il suo caratterino. Una volta mi fece una partaccia perché gli chiesi di ascoltare alcuni 45 giri appena usciti.
«Spero che te ne compri qualcuno…» disse secco.
Ci rimasi male, ma probabilmente era solo una giornata storta. Succede.

Col tempo, però, le cose cambiarono.
Quando nel 1983 iniziai a lavorare a Firenze, passavo spesso da lì, magari in pausa pranzo. E cominciammo a parlare,

a ridere, a raccontarci.

Un giorno mi fece una sorpresa: mi passò al telefono Ivan Cattaneo, ospite di un suo programma radiofonico.

Sapeva che lo seguivo e lo ammiravo molto, ritenendolo un artista molto avanti, capace di unire musica e arte visiva.

Rimasi senza parole, ma felice come un bambino.
Erano anni in cui la musica non era solo un ascolto: era un modo di immaginare, di costruire, perfino di firmarsi — per le mie “creazioni” immaginarie — con un nome inventato, Philivan.

La nostra non era un’amicizia stretta nel senso classico. Era qualcosa di più leggero, ma autentico.

Bastavano pochi minuti per ritrovarsi a ridere.

A volte, se doveva uscire un attimo, mi lasciava “di guardia” in negozio: «Mi ci stai un attimo te? Tanto nessuno se ne accorge.»

E io restavo lì, tra le copertine, fingendomi commesso.

Quei momenti a Discomania sono stati il mio vero corso di educazione musicale.
Lì ho imparato cose che nei libri non c’erano: che un remix può cambiare la storia di una canzone, che il pubblico

va stupito ma anche capito, che un disco, se scelto bene, può salvarti la giornata.

Negli anni, le nostre strade si sono incrociate ancora, sempre con lo stesso affetto e la stessa complicità.

Vincenzo ha continuato la sua carriera in radio, e io il mio percorso. Ma ogni volta che ci incontravamo era come tornare in quel negozio pieno di suoni, risate e voglia di vivere.

Oggi DJ Vincent non c’è più.
Quando ho saputo della sua scomparsa, ho scritto poche parole: un saluto semplice, come si fa con gli amici veri.

Eppure, in un certo senso, la sua voce non se n’è mai andata davvero.
La sento ogni volta che vedo una copertina anni Ottanta, ogni volta che parte una vera hit disco, ogni volta che entro in un negozio

e riconosco quel profumo di vinile e sogni.

Caro Vincenzo,
queste righe sono anche per te.
Perché senza Discomania, senza la tua allegria e la tua fiducia improvvisata, non avrei avuto il mio primo assaggio di libertà musicale.

Da qualche parte, sono sicuro, sta ancora scegliendo la traccia giusta.

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